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Accerchiati incanti

a cura di Simona Bartolena

 

Come Ofelia

“L’autoritratto mi permette di entrare, di dialogare con gli spazi, di giocare con il tempo, di avere uno sguardo doppio. Dentro e fuori l’immagine”, scrive di sé Francesca Della Toffola e, in effetti, l’autoritratto – inteso come indagine del sé, come racconto introspettivo in relazione con il mondo esterno – è, senza dubbio, il punto di partenza della sua ricerca, la chiave di lettura del suo percorso artistico. Ma nel suo cammino, Francesca Della Toffola ha fatto molta strada e con lei si è evoluto anche il motivo della presenza della propria immagine nelle opere. Nel tempo, il suo corpo ha smesso di essere solo suo ed è diventato archetipo di una femminilità che affonda le radici in qualcosa di ancestrale, direi quasi di allegorico: la visione di un eterno femminino in dialogo con l’ambiente naturale e artificiale che circoscrive le nostre esistenze.

Con un immaginario che richiama alla memoria l’iconografia dell’Ofelia shakespeariana (da quella, assai nota, dipinta da John Everett Millais a quelle ritratte da John William Waterhouse a esempi più recenti, anche fotografici), Francesca sovrappone il proprio corpo a prati innevati, distese di fiori, specchi d’acqua, spiagge sabbiose, ma lo contamina anche con pareti di cemento, staccionate di legno, piastrelle di granito. Il suo corpo diventa un corpo, anzi: diventa il corpo, quello femminile, carico di significati, memorie, speranze e timori. Lontanissima dalle istanze di estrazione femminista o dalle rabbiose rivendicazioni di intere generazioni di artiste donne, la Della Toffola riflette sul tema calcando tracce che riportano da una parte alle atmosfere rituali e magiche delle Siluetas della Mendieta, dall’altra alla struggente e pudica malinconia dei versi di Antonia Pozzi… e a tutte quelle donne che attraverso il proprio corpo, i propri sentimenti, le proprie paure – espressi con le immagini, con i gesti, con i suoni e con le parole – hanno saputo narrare qualcosa di universale, qualcosa che riguarda tutti.

Negli Accerchiati incanti – serie che ormai occupa un ruolo di riguardo nella sua produzione – Francesca Della Toffola ha raggiunto uno straordinario equilibrio espressivo. Il rapporto tra la figura e l’ambiente, la sovrapposizione dei piani narrativi, l’armonia dell’insieme testimoniano una notevole maturità nel costruire immagini sempre efficaci ma mai troppo facili, accattivanti ma mai banali, spostandosi su livelli emotivi differenti.

Sono immagini che ci invitano a condividere con l’artista visioni che albergano nei nostri ricordi, che hanno ora il sapore di una fiaba ora quello di un sogno ora quello di un passo letterario che da tempo non leggiamo. Parlano di lei, di Francesca, che ne è la protagonista indiscussa, eppure appartengono a tutti noi, uomini e donne. Sono immagini che accarezzano lo sguardo senza smarrire il loro rigore e la loro severità, portatrici di concetti assai seri ma suggeriti con un tono suadente che non spaventa. Sono incanti, del resto lo dice il titolo stesso, e come tali ci avvolgono, con un approccio sinestetico, che scatena sensazioni ed emozioni differenti: il freddo della neve, il profumo di una spiaggia d’inverno, il silenzio stridente di una scala di marmo, il fruscio di un prato, il pungente tocco di un girasole. Grande merito lo ha certamente la cifra stilistica dell’artista: il suo approccio pittorico alla fotografia – il modo con cui sceglie la tavolozza e modula le cromie e i giochi di luce e ombra – e il suo talento nella costruzione dell’immagine, che le permette di realizzare composizioni sempre ben calibrate, giocate su scarti inaspettati, diagonali che turbano l’ordine ma non lo disturbano, rimandi visivi e giustapposizioni di piani in continuo dialogo. 

Una serie di opere molto suggestiva e ricca di spunti di riflessione, che segna un importante punto d’arrivo nella produzione di questa giovane fotografa dalla forte personalità e dal sicuro talento.

 

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